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La Città

Breve storia della mafia

La si può definire

Ci sono due diversi modi, tra loro contrapposti, d’intendere e definire il fenomeno mafioso. Da un lato ci furono,soprattutto in passato, coloro i quali negarono alla mafia il carattere di organizzazione criminale considerandola solo l’espressione del carattere tipico del popolo siciliano che intenderebbe la giustizia non come il ricorso alle leggi dello Stato, ma come un fatto privato. Secondo questa mentalità "primitiva" uomo coraggioso sarebbe colui che, di fronte ad un’ingiustizia, non invoca la protezione dello Stato ma si fa giustizia da sé.E furono molti gli intellettuali ed i politici siciliani che, per un malinteso dovere di difesa della sicilianità, negarono di fatto l’esistenza della mafia riducendola a un semplice dato “culturale”.

Basti ricordare che Giuseppe Pitrè, il massimo esperto di folclore siciliano, diede un’accezione positiva al termine mafioso, che l’allora ministro Mario Scelba espresse in più occasioni giudizi quanto mai riduttivi sul fenomeno e che un illustre prelato ne negò perfino l’esistenza. Ma c’è un altro modo di intendere e definire la mafia ed è quello che cominciò ad affermarsi nella seconda metà degli anni ’60 quando, per la prima volta, il giudice Cesare Terranova avvertì con estrema chiarezza che “la mafia non è un concetto astratto, non è uno stato d’animo, ma è criminalità organizzata, efficiente e pericolosa, articolata in gruppi o famiglie” e concludeva affermando che non c’è una mafia buona e una cattiva perché la mafia è una sola ed è associazione per delinquere. Vero è, tuttavia, che la mafia è cosa diversa dalla comune delinquenza: essa è, per dirla come Leonardo Sciascia, un’associazione segreta che si pone come intermediazione parassitaria tra la proprietà e il lavoro, tra la produzione e il consumo, tra il cittadino e lo Stato, con fini di illecito arricchimento per i propri associati.

Il “ Codice d’onore “

Associazione per delinquere, la mafia, come ogni altra società segreta, ha le sue regole o , come si dice in gergo, il suo “codice d’onore” che ogni affiliato ha il dovere d’osservare. Il “decalogo” comprende tra l’altro: la solidarietà verso qualunque “uomo d’onore” latitante, al quale si deve sempre portare il necessario aiuto; il rispetto da usare in ogni occasione verso la moglie o la figlia di un mafioso; la segretezza più assoluta; il divieto di denunziare alle forze dell’ordine un qualsiasi fatto e infine la regola delle regole: “il mafioso è per sempre – la mafia non ammette dimissioni”. Tali regole vengono interamente svelate durante un rito di iniziazione che si apre con la minacciosa formula pronunciata dal Padrino: “ col sangue si entra e col sangue si esce da Cosa Nostra “; quindi l’officiante punge con un ago un dito della mano destra, ne fa sgorgare alcune gocce di sangue, facendole cadere su di un santino, che fa bruciare sulla mano stessa del “neofita”; mentre il santino brucia il nuovo adepto giura: brucerò come questo santino se un giorno decidessi di tradire i comandamenti di Cosa Nostra.

Le origini


Le prime origini della mafia possono farsi risalire alla seconda metà del XIX secolo quando, nonostante le apparenti novità portate dall’unificazione italiana, continuò a mantenersi in piedi in Sicilia il sistema feudale che vedeva le grandi proprietà terriere nelle mani di pochi baroni, ai quali si andava a poco a poco sostituendo la nuova classe emergente dei “ burgisi ”.

Via Tribuna ( oggi Via B. Verro)  
con il corpo di B. Verro ucciso dalla mafia

Come gli antichi baroni, anche i nuovi proprietari non coltivavano direttamente i loro feudi, ma ne affidavano la gestione ad un intermediario, “ il gabelloto “, grande affittuario del feudo che dava quote a piccoli coltivatori a compartecipazione. Al servizio del gabelloto c’era il campiere, sorta di guardia armata, cui si affidava il compito di assicurare l’ordine costituito nella campagna.
Alle origini e fino alla metà del secolo XX, la mafia fu soprattutto “mafia del feudo” articolata in gruppi di potere ( le cosiddette cosche ) che agivano su territori ben delineati e si arrogavano il diritto di dirimere controversie, ricorrendo anche all’uso della forza. E già fin dai primi anni del regno, come si evince dall’inchiesta condotta nel 1978 da L. Fianchetti, si determinò quella tendenza ( che ancora oggi distingue la mafia dalla comune delinquenza) al trasferimento del sistema mafioso al campo dell’attività politica e amministrativa. Fin dalle sue origini, quindi, la mafia si rivelò un elemento determinante della competizione politica come garante del poter costituito. Tale funzione di garante della conservazione fu assolta soprattutto tra la fine del XIX e la prima metà del XX secolo in opposizione al movimento contadino che, dopo la fase protestatoria dei Fasci dei lavoratori, si organizzò in leghe e cooperative per la tutela dei braccianti e per la gestione diretta della terra. Furono quelli gli anni della repressione di ogni forma di rivendicazione: si pensi ai gravi episodi del 1904 contro le cooperative agricole, alla soppressione degli organizzatori dell’occupazione di terre incolte del primo dopoguerra e alle sanguinose rappresaglie di sindacalisti verificatesi tra il 1946 e il 1955.

La nuova mafia

Intorno agli anni ’60 la riduzione del margine di profitto della produzione agricola, le sue pur limitate trasformazioni prodotte dalla riforma agraria, l’aumentato potere contrattuale di braccianti e mezzadri inducono il sistema mafioso ad un trasferimento di interessi verso attività più redditizie quali gli appalti, l’edilizia, i trasporti, i traffici leciti ed illeciti. Il trasferimento determinò una vera e propria rivoluzione nel sistema mafia: le varie cosche, trasferitesi in città, entrarono in guerra tra loro mettendo centinaia di vittime e la cosca vincente ( quella dei “ viddani ” corleonesi ) impose alle altre le sue leggi che “ regolavano ” l’attribuzione degli appalti pubblici, il racket, il riciclaggio del denaro sporco, il traffico della droga…
I nuovi interessi sconvolsero gli antichi equilibri e sovvertirono molte delle vecchie regole: la mafia del fondo aveva quasi sempre risparmiato donne e bambini; la nuova mafia uccide chiunque possa ostacolarla: donne, bambini e un numero sempre crescente di rappresentanti delle istituzioni. Sulla Sicilia si abbatteva una ondata di violenza senza precedenti che, oltre a provocare una forte reazione nella società civile e nello Stato, determinò le condizioni per la nascita del cosiddetto pentitismo. Oggi, dopo una lunghissima latitanza, sono stati assicurati alla giustizia molti capi-mafia responsabili di eccidi ed immani stragi, ma le metastasi provocate anche nelle parti apparentemente più sane del tessuto sociale, sono così numerose e vitali che si è ancora ben lontani dall’avere debellato il cancro della mafia.


Prof. Giuseppe Governali

 
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